Alcune parole sono infallibili: hanno il potere di deprimere un team di lavoro, demotivarlo, distogliere completamente l’attenzione dall’obiettivo da raggiungere, bloccare la crescita delle persone e dell’organizzazione. Quali? Vediamone assieme qualcuna…

“Di chi è la colpa?”

Non si può non partire con queste 5 parole, che minano alla base qualsiasi velleità di miglioramento continuo. La ricerca del colpevole porterà a nascondere gli errori (o a nascondersi), a tergiversare, ad addossare la colpa ad altri. Risultato? I problemi crescono, finché talvolta diventano talmente grandi da diventare pressoché irrisolvibili e mandare a monte un progetto. Non si impara dai propri errori, né da quelli degli altri, motivo per cui spesso nelle organizzazioni persone diverse ripetono ciclicamente gli stessi errori. Non facilita essere immersi in una cultura della colpa e del senso di colpa (che non porta ad azione ma solo ad immobilità) ma questo non può essere un alibi. Si può iniziare eliminando questa frase e sostituendola con “qual è la causa del problema?”: questo apre la strada al vero problem solving, all’apprendimento, ad una sana assunzione di responsabilità (che è una cosa del tutto diversa dal senso di colpa…)

“Non dipende da me”

Non dipende da me…dipende dal traffico, dal collega, dal team leader, dal capo, dall’amministratore delegato, dall’azienda, dai clienti, dal mercato, della sfortuna…senza citare problemi nazionali e internazionali. Vero che non tutto dipende da noi, su alcune cose abbiamo il controllo, su altre possiamo esercitare un’influenza, su altre non abbiamo alcun controllo…ma se ci pensiamo bene queste ultime non sono poi così numerose. Forse la nostra responsabilità in alcune situazioni è solo dell’1%, ma su quell’1% spetta a noi agire, è una nostra responsabilità…solo una goccia? Ricordiamoci che in fondo anche l’oceano è fatto di gocce.

“Sempre, mai, tutte le volte, sempre la stessa storia, ogni volta…”

Ci sono infinite varianti di questa frase ma un unico effetto: sollevare un muro nella comunicazione, tagliare il dialogo con le altre persone. Se “faccio sempre così” quale spazio per il cambiamento mi lasci? Continuerò a fare sempre così, in fondo me lo stai dicendo tu… “Se non sono mai attento” come pretendi che ogni tanto riesca a prestare attenzione? Questi termini assoluti non lasciano scampo, cristallizzano le persone in un tempo senza cambiamento. Creano alibi, demotivano, tolgono qualsiasi voglia di mettere in pista qualcosa di diverso… Dopodiché se volete litigare con qualcuno, anche nella vita privata, vi consiglio caldamente di utilizzare proprio queste parole…

“Hai fatto solo il tuo dovere / avete fatto il vostro dovere”

Una versione più raffinata era quella utilizzata dai genitori di un mio compagno di studi “hai fatto solo la metà del tuo dovere…” È vero che quando lavoriamo abbiamo un contratto, abbiamo sottoscritto impegni ma è altrettanto vero che questa frase non è in grado di generare motivazione ed entusiasmo. Il velato sottointeso (neanche troppo velato) è che si potesse fare di più, che in fondo non ci si è impegnati abbastanza… Ditelo ad un team di lavoro e vi assicurerete un progetto che proseguirà nella mediocrità….tanto ci basta fare “il nostro dovere”…e tra il “nostro dovere” e il “minimo sindacale” il passo è breve.

“Va bene così, ci accontentiamo”

Abbiamo davvero voglia di “accontentarci” nella nostra vita e nel nostro lavoro? Sottile distinzione linguistica: “essere contenti” vuol dire rallegrarsi di qualcosa che si è raggiunto, casomai non perfetto, casomai ancora migliorabile, ma un traguardo è stato raggiunto: si mette l’attenzione sul percorso fatto e questo ci dà energia per affrontare la strada ancora da fare.

Accontentarsi” è un modo di dire che non si è fatto abbastanza, è un porre l’attenzione su quello che manca, è un modo manipolatorio per dire “non avete raggiunto i risultati”, è abbassare l’asticella. Se il risultato manca meglio dirselo chiaramente, in modo costruttivo. Le persone non amano le pillole indorate, siamo esseri adulti e vogliamo essere trattati da tali, anche nel mondo del lavoro.

“Di più, meglio, di meno, più veloce, più preciso, più impegno, più grinta, ecc.”

Ricordate gli inizi? Quando il progetto è partito e abbiamo dato obiettivi SMART? Ecco, tutte queste frasi non rientrano nello SMART: non danno un metro di misura, non consentono di migliorare. In che modo – esattamente – posso “fare di più”? Come ti mostro l’energia che sto mettendo nel progetto? Che cosa intendi per “precisione”? Se vogliamo raggiungere un obiettivo, se vogliamo vedere un miglioramento in una persona, in un team, in un progetto, dobbiamo togliere le nebbie, dare indicazioni chiare sul percorso desiderato. Nessuno a scuola è migliorato di fronte a un: “è bravo ma non si applica”…perché dovremmo farlo nel mondo del lavoro?

“Non fare domande”

Questa frase potrebbe non solo uccidere un coach, ma uccidere qualsiasi voglia di approfondire un problema, capire meglio una situazione, avere maggiori informazioni per portare a termine un progetto, sviluppare un nuovo prodotto o servizio. Tutto il potere in una sola frase? Si. Temiamo  sempre presente l’importanza delle domande, come ci ricorda anche Albert Einstein: “La cosa importante è non smettere mai di domandare. La curiosità ha il suo motivo di esistere. Non si può fare altro che restare stupiti quando si contemplano i misteri dell’eternità, della vita, della struttura meravigliosa della realtà. È sufficiente se si cerca di comprendere soltanto un poco di questo mistero tutti i giorni. Non perdere mai una sacra curiosità.”

“Poverino”

Poverino…a chi? Parola detestabile… Parola che condanna, parola che non contiene neanche un grammo di empatia. Se sei in difficoltà ti ascolto, se posso ti aiuto; se hai sbagliato impariamo dall’errore; se è oltre la tua competenza troviamo un’altra strada; se non ti stai impegnando scopriamo un modo per rimettere al centro la tua responsabilità. “Poverino” è un modo per dire “non ce la fai e non ce la farai mai”, poverino è togliere speranza… evitiamo!

 

“….”

No, no è un refuso, spesso è la frase peggiore, quella che manca. E’ il feedback non dato, il collega o collaboratore ignorato, è il silenzio dovuto al mancato ascolto, è lasciare le persone nell’incertezza, è sminuire il lavoro di un team, è non dare un riscontro di fronte all’impegno o alla mancanza di impegno (creando così l’idea che alla fine “non conta impegnarsi”), è creare nelle persone la convinzione che il loro lavoro – in fondo – non sia così importante (non merita neanche una parola…)

…è il grazie che manca alla fine di un lavoro, di una giornata, di un progetto…ma su questo torniamo nella prossima (e ultima!) puntata.

Intanto, ascoltiamoci con attenzione, impariamo a riconoscere le frasi killer che distruggono e a sostituirle con parole diverse che possano motivare, creare, costruire.

Vi vengono in mente altre frasi killer? Scrivetemele!