Ho già avuto modo di condividere qualche considerazione sul linguaggio ma, di fronte all’ennesima “prima linea che non riesce a lavorare in modo collaborativo”, torno con qualche spunto di riflessione.
Come diceva L. Wittgenstein “I confini del mio linguaggio sono i confini del mio mondo”: il nostro linguaggio non racconta soltanto del mondo in cui ci muoviamo, ma contribuisce a creare quella “realtà” nella quale viviamo.
Il nostro linguaggio organizzativo, per esempio, è intriso di termini che vengono dalla terminologia bellica, ecco solo qualche esempio:
- Prima linea, seconda linea
- Le tue richieste sono indifendibili
- Egli ha attaccato ogni punto debole nella mia argomentazione, ha avuto la meglio su di me
- Le sue critiche hanno colpito nel segno
- Non sei d’accordo? Va bene, spara!
- Se usi questa strategia, lui ti fa fuori in un minuto
- Egli ha distrutto tutti i miei argomenti
Qualcuno dirà: sono solo parole, modi di dire, metafore. Invece le parole e le metafore che usiamo non sono solo forma, diventano sostanza.
Se c’è una “prima linea”, contro chi combatte? Contro l’esterno? O anche all’interno? Sicuri che la definizione “prima linea” faciliti la collaborazione interna? O una partnership con un cliente? O una rete con altre imprese?
Se le discussioni e le riunioni usano il linguaggio della battaglia, è probabile che gli altri siano “nemici”, che ci sia la possibilità solo per uno (o una fazione) di “vincere”, mentre gli altri “perderanno”. E se mi preparo alla battaglia, quali emozioni emergeranno? Serenità, gioia, fiducia? O piuttosto vigilanza, apprensione o anche rabbia? Ecco come un certo tipo di linguaggio contribuisca a definire i nostri pensieri, le nostre emozioni e le azioni che poi mettiamo in pista
Altri esempi? (Ahimè realmente ascoltati):
- “I miei dipendenti non agiscono con spirito imprenditoriale”: cruccio di molti manager, che vorrebbero responsabilizzazione, proattività (e il famoso spirito imprenditoriale) ma che non sono disposti a mollare di un millimetro il controllo verso chi “dipende da me”
- “I miei riporti non sono creativi, non mi portano mai nuove idee”: per definizione il riporto implica consegnare qualcosa che è stato lanciato (o detto), non implica modificare o creare qualcosa di nuovo. Se la mia etichetta è: “riporto”, probabilmente non penserò che ci aspetti da me creatività. E se ci fosse questa creatività, sarebbe sempre apprezzata? O solo in alcuni, limitati ambiti?
- “I miei sottoposti non sono assertivi con i loro team”: mettere nella stessa frase “sottoposto” e “assertivo” già mi pare un ossimoro. Se mi sento chiamare 10 volte al giorno “sottoposto”, se nelle mail leggo questa parola quando si parla di me…da dove parto per sviluppare la mia assertività? (E soprattutto, siamo sicuri che poi sarebbe così benvenuta?)
Nell’illuminante saggio «Metafora e vita quotidiana» G. Lakoff e M. Johnson illustrano diversi esempi di come parole e metafore diverse ci attivino pensieri ed emozioni diverse.
Immaginiamo: se le persone della “prima linea” fossero denominate, invece: “creatori di valore”? “promotori della crescita?” Troppo strano? In realtà ci sono già molte interessanti definizioni, una tra tutte “Servant Leader” (di K. Blanchard). Non è solo una parola diversa, racchiude una rivoluzione copernicana nel ripensare i ruoli nell’organizzazione.
Se la riunione o la discussione fosse una danza? Quali sarebbero i pensieri? Quali le emozioni? Nella pratica, come agirebbero le persone? Probabilmente molta più energia verrebbe dedicata a comprendersi, a capire il “ritmo” dell’altro, a coordinarsi, a trovare la sintonia necessaria per poter costruire. (Se qualcuno teme riunioni troppo “calme”, ricordo la passione e il ritmo di certi balli, non ci si annoierebbe di sicuro!).
Il termine “Capitale umano” è già stato abbandonato da molti come definizione (troppo stridente il paragone tra il denaro e una persona), “risorse umane” viene ancora largamente utilizzato anche se qualcuno segnala che “catalogare” le persone come risorse possa essere riduttivo… “Collaboratori” (invece che sottoposti, riporti, dipendenti) già racchiude un significato e una relazione tra le persone completamente diversa: si collabora tra persone adulte, pensanti, rispettose dell’unicità di ciascuno.
….e se iniziassimo a parlare, semplicemente e profondamente, di “PERSONE”?
Se volete qualche ulteriore spunto di riflessione:
https://agnesepelliconi.com/2022/05/29/10-modi-per-far-fallire-un-progetto-frasi-killer/
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