L’indigestione più grande durante le feste non è quella di zuccheri, ma l’invasione di buoni propositi e di annessi slogan motivazionali.

Ormai sappiamo tutti che la lista dei buoni propositi finisce per essere abbandonata tendenzialmente verso fino gennaio (e non perché non ci siamo impegnati abbastanza o non lo “abbiamo voluto” abbastanza, ma semplicemente perché il nostro cervello non si attiva su un “buon proposito” non tramutato in obiettivo e la forza di volontà non è infinita e sovraccaricarla non serve a nulla).

Invece le frasi motivazionali perdurano tutto l’anno, sui muri, nei braccialetti, nelle app, nelle parole di chi vuole (spesso in buona fede) offrire la “propria soluzione” agli altri, come se fosse una bacchetta magica.

Funziona? NO.

Ha effetti collaterali? Si, spesso l’effetto boomerang è assicurato.

Prima di proseguire: no, non ce l’ho con mantra, aforismi, frasi motivazionali…ne ho alcune che per me sono potentissime. Voglio sottolineare i rischi nell’utilizzare male il potere delle parole. Perché le parole hanno un peso e a seconda di come le utilizziamo possono generare “finestre oppure muri” (tanto per citare il meraviglioso libro sulla comunicazione non violenta di Rosenberg Marshall).

Ecco qualche esempio:

Non ci sono problemi, ci sono opportunità” o “Dove c’è il problema, c’è anche la soluzione.” Di per sé io apprezzo questa frase, perché mi ricorda di non fermarsi al problema ma pensare alla soluzione e a quello che di positivo ne può scaturire. Quindi è uno stimolo a non restare incastrati in una situazione ma muoversi e andare oltre. Fin qui tutto bene. Finché me lo dico io, queste parole hanno un effetto di stimolo, “aprono finestre”.

Qualche settimana fa, durante una sessione, una persona – che sta lavorando sul rapporto col proprio responsabile – arriva esasperata. Mi racconta brevemente il problema con il quale ha a che fare, di come abbia provato a parlarne al suo responsabile e di come questi gli abbia risposto “Dove ci sono problemi, ci sono soluzioni” senza lasciarlo finire di parlare. Ecco come le parole diventano muri. Il mio cliente poi ha lavorato sul suo obiettivo ed è uscito dalla sessione con sue strategie per gestire la situazione.

A me è rimasta impressa la risposta che ha ricevuto, anche perché, qualche giorno prima, mi era stata riportata una scena quasi identica durante un’aula. Unica variante: in questo caso la frase non era neanche stata pronunciata ma la persona si era limitata a indicare un poster appeso al muro (con la frase in questione). Che sia diventato un vizio?

L’intenzione con la quale la frase è stata detta probabilmente era positiva (o perlomeno mi piace pensarlo) ma l’effetto è stato deleterio, portando a una chiusura sia rispetto alla soluzione del problema che sulla relazione tra le persone. Penso che sia tra i compiti di un leader supportare le persone nell’attivazione di processi di problem solving e nell’uscire dalla trappola dal lamento per passare a modalità di comunicazione costruttive, il tema è: come lo faccio? Nascondendomi dietro ad uno slogan? Scorciatoia poco efficace per non ascoltare. Empatia zero. Risultati probabilmente scarsi.

Oppure, nel migliore dei casi, propongo questa frase perché la trovo veramente utile. Intenzione migliore ma risultato ugualmente scarso: questo è il rischio nel proporre le nostre ricette, le nostre soluzioni e pensare che vadano bene anche negli altri.

Qualche altro esempio?

“La vita è il 10% ciò che ti accade e il 90% come reagisci.” (Frase attribuita a talmente tante persone che non mi azzardo a citare l’autore). Dal mio punto di vista questa frase è un salva-vita, poiché propone una distinzione chiara tra quello che non possiamo controllare e, quello che, invece, dipende da noi. Questo consente di direzionare le energie in modo sano, assumendosi la propria parte di responsabilità, senza accollarsi sulle spalle il peso di quello che non dipende da noi. Fin qui tutto bene. Ma provate a dire questa frase ad una persona che sta affrontando una situazione molto critica o una serie di situazioni molto critiche (il classico “piove sul bagnato”…e non in senso positivo).  Cosa otterreste? Se la persona è molto educata e paziente probabilmente eviterà di mandarvi in qualche posto remoto (perlomeno non ad alta voce), qualcuno potrà dire “stai tu nei miei panni e poi dimmi”, qualcuno probabilmente non dirà nulla e si sentirà un ulteriore peso sul cuore, quello della non comprensione.

Un conto è quando una persona, attraverso un suo percorso, interiorizza questo principio, un conto è quando qualcuno dall’esterno lo dà come “ricetta magica”, spesso per togliersi da una situazione difficile, per non farsi travolgere da un senso di impotenza nel non potere fare nulla per alleviare la situazione dell’altro (nella migliore delle ipotesi). Invece a volte è meglio non-fare, piuttosto che fare danni. Meglio stare e basta, stare anche quando non ci sono parole e l’unica cosa che possiamo fare è rimanere accanto, in silenzio. Ed è quello “stare” che, spesso, fa la differenza, non le parole dette.

Che dire poi di “Ci sono due regole nella vita: 1. Non mollare mai; 2. Non dimenticare mai la regola n° 1.”  Ottimo principio in molti casi, non certo in tutti. A volte invece è necessario lasciare andare….mollare una regola, una convinzione, una relazione. C’è una linea molto sottile tra la determinazione e la testardaggine: lasciare andare è quello che permette di uscire da una gabbia (di qualunque tipo) e aprirci nuove possibilità. A volte è una questione proprio di sopravvivenza (penso alle relazioni tossiche), in generale influisce sulla nostra salute e benessere psico-fisico. Quindi ottima massima ma non valida sempre.

Concludo con la più pericolosa di tutte “Se vuoi, puoi” . Anche in questo caso possono essere parole con una grande forza, che ci riportano alla nostra responsabilità, alla nostra capacità di trovare risorse, alla nostra inventiva per arrivare ai nostri obiettivi.

Ma…c’è una grande ma…NON è sempre vero, non sempre l’impegno, la tenacia, la determinazione, la fortuna sono sufficienti Perché non controlliamo tutto, non è questa la realtà. Altrimenti si apre un pericolosissimo delirionon hai raggiunto la posizione lavorativa che desideravi perché non lo hai voluto abbastanza”, la tua relazione è naufragata perché non lo hai veramente voluto…”  o anche peggio “non sei guarito dal cancro (o da qualsiasi altra malattia) perché non lo hai voluto abbastanza”.  Così a situazioni già drammatiche, si aggiunge un ulteriore carico, il senso di colpa per “non averlo voluto abbastanza”. Che aggiunge peso al peso. Anche se queste frasi non ce le dicono direttamente gli altri, a volte rischiamo di interiorizzarle senza neanche rendercene conto, immersi come siamo in una parte di cultura del “se vuoi puoi…”

Una delle cose che apprezzo di più nella metodologia del coaching è che – invece – non ci sono ricette preconfezionate: ciascuno definisce il proprio obiettivo, le strategie per raggiungerlo e gli strumenti per arrivare. Parole, frasi motivazionali, slogan, mantra inclusi.

Questo cambia tutto: se scelgo delle parole perché per me hanno significato, per me sono “potenti”, allora sì che saranno uno strumento utile.

Può capitare a volte in un dialogo di proporre una frase che ha un significato per me ma è sempre una proposta, un’offerta. Può risuonare nell’altro – e allora diventa un dono – oppure no, nel qual caso si lascia andare.

Compito del coach (ma anche del formatore) è stare col cliente mentre esplora il proprio linguaggio, le parole che pongono limiti e le parole che, invece, espandono la capacità di visione e azione; danzare con le sue metafore, le sue analogie, mentre trova il linguaggio che lo avvicina ai propri obiettivi.