Prendo a prestito il titolo del libro di C. André che parte proprio dalla considerazione che la paura è una delle nostre emozioni primarie, che ha avuto un importantissimo ruolo nella sopravvivenza e nell’evoluzione della specie umana.
La sede delle nostre reazioni emotive di paura si colloca nelle zone più antiche del nostro cervello (cervello limbico). Il primo moto di paura privilegia la prontezza della reazione rispetto alla precisione: di fronte a un pericolo (una tigre che ci sceglie come pranzo tanto per fare un esempio) il tempo di reazione è l’elemento fondamentale. Nel percorso evolutivo poi abbiamo sviluppato un’altra parte di cervello, la corteccia cerebrale, grazie alla quale siamo in grado di decodificare e regolare le nostre emozioni e il modo in cui agiamo di conseguenza.
Detta in maniera semplice, le reazioni alla paura sono il risultato degli scambi tra questi due nostri cervelli: quando insorge, come tutte le emozioni, la paura sfugge alla nostra volontà, ma poi è possibile modulare la nostra risposta alla paura. Siamo quindi in grado di passare da una reazione immediata “stimolo-risposta” alla possibilità di scegliere come agire di fronte alla paura.
Avere paura serve alla sopravvivenza, sapere regolare la nostra risposta alla paura è utile per la qualità della vita. I problemi sorgono quando questi meccanismi s’inceppano, dando avvio a problemi quali panico, ansie angoscianti, fobie (tema su cui poi si focalizza il libro di André).
Io invece colgo l’occasione per rimanere sul fronte della paura “normale”, quella sana, quel prezioso sistema di allarme che ci permette di accorgerci dei pericoli (la paura è la reazione alla consapevolezza di un pericolo) e di agire al meglio.
Abbiamo paura in questi giorni? Bene, vuole dire che siamo esseri umani e che siamo in grado di percepire un pericolo. Meno bene se questa paura diventa paralizzante o sfocia in angoscia. Come evitare questo?
Non c’è una rimedio universale, ma qui vi scrivo un po’ di tecniche che come persona (in primis!) e come coach ho trovato utili (tengo a precisare che per gli altri tipi di problemi sopra citati le figure di riferimento sono altre!).
Il primo passo è riconoscere questa emozione: perché avere paura di dire che abbiamo paura? Fa parte del nostro essere umano e in tutti questi anni di evoluzione è stata una indispensabile alleata. Forse non sarà l’emozione più gradevole, ma sicuramente è utile.
Una volta accettata come parte importante del nostro essere umani, riconosciamo anche che questa emozione fa parte di noi ma NON è tutto il nostro essere. La paura diventa paralizzante quando diventa “il tutto”, quando non sentiamo altro e ci lasciamo travolgere da questa emozione.
“Io NON sono la mia paura”: poche parole facili da dire, da ripetere come un mantra finché non solo il nostro cervello ma anche il nostro cuore e la nostra pancia se ne convincono.
E se non siamo fatti di paura, allora possiamo darle una forma, un nome. Come vogliamo chiamarla? Che forma ha? Dove si posiziona? Quali colori ha? (Ha colori o è tutta scura?). Alle volte il solo dare un nome è sufficiente a illuminare il cono d’ombra della paura, a depotenziarla. Un consiglio che ho trovato sempre molto utile è di non visualizzare la paura di fronte a noi (rischia di diventare un ostacolo insormontabile) ma a fianco a noi: un alleato per la nostra esistenza, che ci pungola (a volte in maniera dolorosa) ma che non ci blocca il cammino, anzi, ci aiuta a scegliere il percorso migliore (ed a rispettare le regole che ci vengono chieste in questo momento per il bene di tutti…).
Nel dare un confine alla paura, una domanda che trovo molto potente è “Qual è l’altra faccia della paura?” Che cosa si cela dietro la paura? Faccio qualche esempio: dietro la paura di ammalarsi e stare male c’è la voglia di preservare la salute, bene fondamentale; dietro la paura di perdere qualcuno di caro c’è l’immenso mare dei nostri affetti, un altro pilastro fondamentale per la nostra vita. Dietro la paura di sentirsi troppo soli chiusi in casa, c’è la voglia di condivisione, di mantenere la connessione con le altre persone.
Quante ricchezze delle nostre vite (a volte date per scontate) svela la paura!
Una volta esplorata la nostra paura…beh, cambiamo argomento. Non facciamo della paura il nostro unico argomento di conversazione; fatto salvo il sacrosanto diritto/dovere di tenersi informati, non facciamo delle notizie un’ossessione. Mettiamo le mani in pasta in altro (anche letteralmente per chi si diletta di cucina), dedichiamoci allo smart working senza divagare con la mente (per chi ha questa opportunità), leggiamo, guardiamo un film che ci appassiona, puliamo casa, ordiniamo cassetti e armadi (sempre utile per riordinare anche le idee), inventiamoci nuove regole per le convivenze familiari h24, facciamo telefonate e chat “di qualità” (non monotematiche su quanto ci evoca paura).
Ci piace avere un’immagine di noi coraggiosi? Adesso è un momento in cui abbiamo tanti esempi di coraggio, da chi affronta l’emergenza in prima linea, da chi sostiene queste persone (spesso senza poterle neanche abbracciare), da chi oggi ha un motivo in più per temere per la propria salute. A loro (e a tutti noi) dedico le parole di Nelson Mandela:
“Ho imparato che il coraggio non è l’assenza di paura, ma il trionfo su di essa. L’uomo coraggioso non è colui che non si sente impaurito, ma colui che vince la paura.”
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