E adesso basta! Non se ne può più!
Rivendico il diritto ad essere la versione “intermedia” di me, “quella “appena sufficiente”, quella “è brava ma non si applica”, quella “peggiore”, quella “tirata a lucido”, ….quella…
Di fronte all’ennesima esortazione a “essere la versione migliore di noi” mi è venuta una voglia matta della mia versione più “imbruttita”, quella che si guarda un programma stupidissimo traendone pure divertimento. Quella che sciupa tempo per fare cose di dubbia utilità e sicuramente non prioritarie. Quella che alza le spallucce (almeno col pensiero) di fronte all’ennesima richiesta di comprensione. Quella che sa che il lamento non porterà a niente ma vuole lamentarsi per almeno altri 10 minuti.
Esatto, ho anche queste versione e rivendico un pò di spazio anche per loro.
Da dove nasce la mia esasperazione? Che ad alcuni potrà sembrare strana, visto che mi occupo di sviluppo personale e professionale…. Nasce dall’aver visto mettere, per l’ennesima volta, il concetto di “efficienza” in un ambito dove non andrebbe messo, di aver inserito sul podio la competizione dove la competizione non dovrebbe neanche affacciarsi.
Ho appena letto un articolo che parla del “Wellbeing burnout”, legato alla pressione psicologica del dover «essere in forma» a tutti i costi, sia fisicamente che mentalmente. Possibile? Possibile che la salute fisica e mentale sia diventata un’ossessione? Possibile che anche questa volta siamo riusciti a prendere qualcosa di profondamente salutare (per noi, per gli altri e per l’ambiente circostante) e ci abbiamo messo in mezzo la competizione? Pare proprio di sì. La “versione migliore di noi” – così esacerbata – diventa un pericolosissimo boomerang e si trasforma in malessere.
“Istruzioni per rendersi infelici” è il titolo del famoso libro di Paul Watzlawick…mi pare che stiamo moltiplicando enormemente le istruzioni per rendersi infelici, andando a stravolgere e distorcere anche quelle istruzioni che dovrebbero renderci più felici (o perlomeno più sereni).
Intendiamoci, credo profondamente che ciascuno di noi abbia talenti meravigliosi che può far crescere e mettere a frutto; credo che il nostro contributo al mondo sia unico, importante e imprescindibile.
Credo che possiamo scegliere di fare un cammino verso versioni autentiche e libere di noi (il plurale non è caso)….e che queste potrebbero anche non corrispondere alla “versione migliore” di noi per come la intendono in molti. Perché questa “versione migliore” a volte sa molto di performance, di competizione verso noi stessi e verso gli altri, di apparenza, di confronto esasperato, con un pesante giudizio su cosa sia “giusto” e cosa “sbagliato”. Più un dovere di fronte agli altri che non un percorso di sana crescita.
Penso che molti altri colleghi e colleghe possano condividere questo punto di vista, eppure a volte siamo (mi ci metto anche io!) troppo sintetici nelle nostre parole e nei messaggi che inviamo. Siamo troppo frettolosi nelle nostre conversazioni e scivoliamo facilmente verso questa famigerata “migliore versione di noi”. E non ci diamo sufficiente tempo per ascoltare veramente, noi stessi e gli altri.
Mettersi in cammino verso le nostre versioni autentiche e libere è un percorso di esplorazione, di gioia, di tristezza, di fatica, di slanci, di compagni che fanno un pezzo di strada con noi, di Maestri che ci aiutano quando ci sentiamo persi. Lasciamo fuori la performance, lasciamo fuori la competizione, lasciamo fuori il giudizio, lasciamo fuori la sfida fine a sé stessa che sono zavorre che drenano le nostre energie.
Ricordiamoci che siamo molte versioni di noi – che cambiano ed evolvono – e accogliamole con empatia e anche un po’ di sana ironia. Godiamoci il viaggio.
Un caro saluto dalla versione di me “in viaggio e in un momento di pausa caffè”.
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